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UNI EN ISO 9712

Report termografico: cosa deve contenere, e quando il rilievo è da buttare

Struttura di un report termografico conforme: identificazione, dati di misura, immagine IR e visibile, criterio di giudizio, azione raccomandata
Struttura di un report termografico conforme: identificazione, dati di misura, immagine IR e visibile, criterio di giudizio, azione raccomandata

Un report termografico è conforme quando un terzo, leggendolo, può rifare il ragionamento: sapere cosa è stato inquadrato, con quale strumento, con quali parametri di misura impostati, in quali condizioni ambientali e di carico, secondo quale criterio di giudizio l'anomalia è stata classificata e chi se ne assume la responsabilità. Tutto il resto — la copertina, il logo, le pagine di immagini colorate — è impaginazione. Le tre norme che prescrivono un rapporto di prova termografico sono la UNI EN 16714-1:2016 per le prove non distruttive (punto 9, Test report), la ISO 18434-1:2008 per il monitoraggio delle condizioni delle macchine (punto 16, Test report) e la UNI EN ISO 6781-1:2023 per gli edifici (punto 19, Test report). Nessuna delle tre pubblica un modulo da compilare: tutte e tre stabiliscono che certe informazioni devono esserci.

Questo articolo fa due cose. Prima ricostruisce l'indice di un report conforme, sezione per sezione, dicendo per ciascuna a cosa serve. Poi ribalta il punto di vista e spiega quando il rilievo, indipendentemente da come lo si impagina, è semplicemente da buttare — perché è lì che si perde la maggior parte del valore di un'indagine termografica.

Quali norme prescrivono davvero il contenuto del rapporto

Prima dell'indice, una messa a fuoco: nel campo della termografia convivono tre famiglie normative distinte, che si applicano a oggetti diversi. Confonderle è l'errore che porta a citare la norma sbagliata in copertina.

UNI EN 16714 — prove non distruttive, prove termografiche. È in tre parti: la Parte 1 (Principi generali, EN 16714-1:2016), la Parte 2 (Apparecchiature) e la Parte 3 (Termini e definizioni). Il rapporto di prova è trattato nella Parte 1, punto 9, seguito dal punto 10 sulla conservazione delle registrazioni; il punto 7 riguarda qualifiche e compiti del personale e il punto 8 la valutazione. La Parte 3, spesso citata a sproposito come «la norma sul report», è il glossario. La Parte 1 richiama come riferimento normativo la EN ISO 9712 per la qualificazione del personale e dichiara esplicitamente che i criteri di accettabilità non sono definiti dalla norma: li deve fissare la specifica applicativa o il committente.

ISO 18434 — monitoraggio delle condizioni e diagnostica delle macchine, termografia. La Parte 1 (Procedure generali, ISO 18434-1:2008, prima edizione, ISO/TC 108/SC 5, confermata in revisione periodica) è quella che struttura l'intero flusso: taratura al punto 9, raccolta dati al punto 10, responsabilità del committente al punto 11, misure in campo di temperatura riflessa ed emissivitàEmissivitàRapporto fra la radiazione emessa da una superficie reale e quella emessa da un corpo nero alla stessa temperatura. Varia con materiale, finitura e angolo di vista: impostarla male è la prima causa di misure sbagliate. Rame lucido e… al punto 12 con Annex A normativo, criteri di severità al punto 13, criteri di profilo al 14, diagnosi e prognosi al 15, rapporto di prova al punto 16, qualificazione del personale al 17. La Parte 2 (ISO 18434-2:2019) copre interpretazione delle immagini e diagnostica.

UNI EN ISO 6781 — prestazione degli edifici, rilevazione di irregolarità di calore, aria e umidità mediante metodi a infrarossi. La Parte 1 (UNI EN ISO 6781-1:2023) è entrata in vigore in Italia il 16 novembre 2023 e ha sostituito la UNI EN 13187, a sua volta derivata dalla ISO 6781:1983. È la norma più esplicita delle tre sul rapporto: il punto 19 è dedicato al Test report ed è articolato in cinque sottopunti — 19.1 informazioni generali, 19.2 informazioni specifiche dell'edificio, 19.3 ispezioni qualitative, 19.4 ispezioni quantitative, 19.5 segnalazione di condizioni non sicure. La norma precisa nelle definizioni che i requisiti di rendicontazione valgono sia per le ispezioni qualitative sia per quelle quantitative. Anche qui compare un Annex B normativo sulle misure in campo di temperatura riflessa apparenteTemperatura apparenteValore letto dallo strumento senza correzione dei parametri di misura. La temperatura reale si ottiene correggendo per emissività del materiale, temperatura apparente riflessa dell'ambiente, distanza, umidità e trasmittanza atmosferica. ed emissività, e la Parte 3 della serie (ISO 6781-3:2015) è interamente dedicata alle qualifiche di operatori, analisti e redattori del rapporto.

E la norma italiana? UNI 11867:2022, «Prove non distruttive - Indicazioni generali per il corretto utilizzo della termografia all'infrarosso», pubblicata il 7 luglio 2022, è il documento nazionale di riferimento: nasce dichiaratamente come testo di base che richiama e integra le norme esistenti, con particolare attenzione agli errori da evitare nell'interpretazione delle immagini. Non è un modello di report. Chi cerca «la norma italiana che dice cosa deve contenere il rapporto» cerca un documento che non esiste in quella forma: esistono le norme europee e internazionali recepite come UNI. La UNI 10824-1:2000, che in Italia copriva termini e definizioni della termografia, è ritirata con sostituzione dal 29 novembre 2016: la materia terminologica è oggi nella UNI EN 16714-3:2016.

Limite di questo articolo

Le norme citate sono documenti a pagamento e non riproducibili. Qui sono verificati e dichiarati numero, anno, oggetto e struttura in punti di ciascuna norma, consultando le anteprime pubbliche ufficiali. L'elenco puntuale delle voci richieste da EN 16714-1 punto 9, da ISO 18434-1 punto 16 e da ISO 6781-1 punto 19 non è verificabile su fonte pubblica: tutto ciò che nella tabella seguente è prassi professionale consolidata, e non attribuzione normativa dimostrata, è marcato [DA VERIFICARE]. Chi deve redigere un rapporto in conformità formale deve leggere il testo della norma applicabile.

Schema dell'indice di un report termografico conforme: le sezioni obbligatorie dall'identificazione dell'oggetto alla firma del refertatore
Schema dell'indice di un report termografico conforme: le sezioni obbligatorie dall'identificazione dell'oggetto alla firma del refertatore

L'indice di un report termografico conforme

Quella che segue è la struttura di un rapporto che regge una verifica. Per ogni sezione: cosa deve contenere, e perché quella voce non è ornamentale.

Sezione Cosa deve contenere Perché serve
1. Identificazione del documento Titolo, numero progressivo, data di emissione, revisione, numero di pagine, norma o specifica di riferimento adottata Rende il documento citabile e tracciabile nel tempo. Un report senza numero e revisione non può essere richiamato da un ordine di lavoro né confrontato con la campagna successiva
2. Committente e incarico Ragione sociale del committente, sito, riferimento contrattuale, scopo dichiarato dell'indagine e suo perimetro Lo scopo delimita la responsabilità: un'indagine sui quadri di piano non ha guardato le linee dorsali, e questo deve essere scritto, non sottinteso
3. Oggetto dell'indagine Elenco degli oggetti ispezionati con identificativo univoco (sigla di quadro, matricola, progressivo di trave, prospetto), ubicazione, funzione È la voce che consente di tornare sul punto. Un'anomalia senza identificativo non è azionabile
4. Data, ora e condizioni del rilievo Data e ora di inizio e fine, condizioni meteo, temperatura e umidità relativa ambiente, vento, storia dell'irraggiamento solare recente sulla superficie ISO 18434-1 al punto 10 chiede che l'ispezione avvenga con condizioni ambientali e fisiche favorevoli all'acquisizione di dati accurati, e che le condizioni siano ripetibili. Se non sono registrate, la ripetibilità non è dimostrabile
5. Stato di esercizio e carico Condizione operativa dell'oggetto al momento della misura: carico elettrico o meccanico, regime, ore di funzionamento continuo, gradiente termico applicato all'involucro edilizio È la voce che, mancando, invalida più rilievi di ogni altra. Un quadro poco caricato o una macchina appena avviata non hanno ancora prodotto il calore che stiamo cercando
6. Strumentazione Marca, modello e matricola della termocamera, ottica utilizzata, risoluzione del detector, NETD, campo di temperatura impostato, riferimento della taratura in corso di validità ISO 18434-1 al punto 9 richiede che le termocamere siano tarate secondo le indicazioni del costruttore o la prassi industriale consolidata, con verifiche documentate tramite riferimento a corpo nero tracciabile, e raccomanda un controllo rapido prima di ogni campagna
7. Parametri di misura impostati Emissività adottata per ciascuna superficie e criterio con cui è stata scelta, temperatura riflessa apparente misurata, distanza di lavoro, temperatura e umidità atmosferica impostate, trasmittanza di eventuali mezzi interposti (finestre IR, filtri) Sono gli ingressi del calcolo che produce il numero letto. ISO 18434-1 dedica il punto 12 e l'Annex A normativo alla loro determinazione in campo; ISO 6781-1 ha un Annex B normativo di identico oggetto
8. Metodo adottato Tecnica impiegata — termografia passiva o attiva, qualitativa, comparativa, quantitativa — e ciò che essa può o non può stabilire ISO 18434-1 distingue esplicitamente le tecniche e avverte che la comparativa qualitativa individua una carenza ma non ne stabilisce la severità. Dichiararlo evita che al report si chieda ciò che il metodo non può dare
9. Documentazione dell'anomalia Per ciascuna anomalia: immagine IR e immagine in luce visibile dello stesso punto, scala di temperatura leggibile con estremi dichiarati, palette utilizzata, punti o aree di misura con i rispettivi valori, delta rispetto al riferimento Il termogramma senza foto visibile non identifica l'oggetto; la scala senza estremi non permette di confrontare due immagini; il valore senza il punto di riferimento non produce un ΔT
10. Criterio di giudizio Il criterio in base al quale un'anomalia è classificata: differenza di temperatura rispetto a componente omologo, temperatura massima ammissibile del componente, scostamento dal riferimento storico. Con la fonte del criterio ISO 18434-1 al punto 13 tratta i criteri di severità distinguendo il criterio a differenza di temperatura da quello a temperatura massima ammissibile. Il criterio va scelto e dichiarato: non è un dato universale
11. Classificazione Livello di gravità assegnato, secondo una scala definita nel documento stesso, con la corrispondenza fra livello e soglia Una classificazione non definita nel report è un'opinione. Definita, diventa verificabile da chiunque
12. Azione raccomandata e orizzonte Cosa fare, entro quando, e quale verifica successiva chiude l'anomalia È ciò che trasforma il documento in una decisione di manutenzione. Un report che finisce alla classificazione ha svolto metà del lavoro
13. Limiti dell'indagine Cosa non è stato ispezionato e perché: parti non accessibili, componenti dentro carter chiusi, superfici schermate, punti fuori dalla risoluzione di misura alla distanza disponibile È la sezione che protegge tutti. Ciò che non è stato guardato deve risultare non guardato, non implicitamente sano
14. Validità e scadenza Periodo di validità del rilievo, data della prossima campagna raccomandata, riferimento al rilievo precedente ISO 18434-1 raccomanda misure di riferimento iniziali (punto 7) da confrontare con le successive a pari carico e pari condizioni ambientali. La periodicità delle campagne non discende dal punto 15, che riguarda diagnosi e prognosi: è una scelta del programma di manutenzione, e come tale va dichiarata
15. Qualifica e firme Nome, qualifica e livello di certificazione di chi ha eseguito il rilievo e di chi ha refertato, con firma e data EN 16714-1 dedica il punto 7 a qualifiche e compiti del personale e richiama la EN ISO 9712; ISO 18434-1 il punto 17; la serie ISO 6781 ha una parte intera, la 6781-3:2015, su operatori, analisti e redattori
16. Allegati e registrazioni File radiometrici nativi, certificato di taratura, eventuali dati di supporto (termoigrometro, pinza amperometrica, blower door) EN 16714-1 dedica il punto 10 alle registrazioni. Il file radiometrico nativo è l'unico formato su cui un terzo può rianalizzare la scena cambiando i parametri

[DA VERIFICARE] La corrispondenza voce per voce fra questa tabella e l'elenco letterale dei punti 9 (EN 16714-1), 16 (ISO 18434-1) e 19 (ISO 6781-1). Le colonne «perché serve» riportano ciò che è verificabile sulla struttura pubblica delle norme; l'ordine e il raggruppamento delle sezioni sono impostazione redazionale, non prescrizione normativa.

I quattro parametri senza cui il numero non esiste

Vale la pena isolare la sezione 7, perché è quella che distingue un report da un album di fotografie. La temperatura che compare su un termogrammaTermogrammaImmagine in falsi colori in cui a ogni pixel corrisponde una temperatura apparente della superficie. Senza scala di temperatura e senza i parametri di misura un termogramma non è un dato: è un'illustrazione. non è misurata: è calcolata a partire dalla radiazione raccolta dal detector, e il calcolo ha degli ingressi. Cambiando gli ingressi, a parità di scena, cambia il numero.

ε 0,95 T rifl. 22,0 °C d 3,0 m τ 1,00
  • Emissività (ε) — il rapporto fra la radianza della superficie e quella di un corpo nero alla stessa temperatura e nello stesso intervallo spettrale (ISO 18434-1, 3.4). Rame lucido, vernice opaca, plastica e acciaio ossidato hanno valori radicalmente diversi. ISO 18434-1 osserva che ciascun impianto deve costruirsi il proprio set di valori di default, perché componenti simili in stabilimenti diversi hanno finiture e stati di pulizia diversi.
  • Temperatura riflessa apparente — la temperatura apparente degli oggetti circostanti che la superficie riflette dentro la termocamera (ISO 18434-1, 3.12). Su una superficie a bassa emissività il contributo riflesso può dominare quello emesso: è la ragione per cui la norma avverte, già nella propria introduzione, che il rilevamento radiometrico è soggetto a errore inaccettabile sulla maggior parte delle superfici a bassa emissività.
  • Distanza di lavoro (d) — distanza dall'oggetto all'ottica primaria (ISO 18434-1, 3.19). Entra nella compensazione atmosferica e, soprattutto, determina se il punto sia risolvibile.
  • Trasmittanza del mezzo interposto (τ) — la frazione di radiazione trasmessa attraverso un mezzo. Vale la relazione τ = 1 − ε − ρ (ISO 18434-1, 3.18): finestre IR, filtri, atmosfera e ottiche esterne attenuano il segnale e vanno compensati.

Un report che riporta «85 °C» senza dichiarare questi quattro valori sta comunicando un risultato non riproducibile. Non è un vizio di forma: è l'impossibilità, per chi legge, di sapere se il numero descriva un morsetto che sta per cedere o una vernice con emissività diversa dal resto della sbarra.

Il rovescio: quando il rilievo è da buttare

Un report può essere impeccabile nella forma e nullo nella sostanza, perché il rilievo su cui si basa è stato eseguito in condizioni che impedivano di misurare qualcosa di significativo. Questa è la parte che quasi nessuno mette per iscritto, ed è quella che decide il valore dell'indagine.

Condizioni di validità del rilievo

Un rilievo termografico è utilizzabile quando, contemporaneamente: l'oggetto è nel suo stato di esercizio significativo e ci è rimasto abbastanza da essere in regime; la superficie inquadrata è realmente quella dell'oggetto, non uno schermo o un carter; la radiazione raccolta proviene in prevalenza dall'emissione e non da riflessioni; il punto di interesse è risolto dalla combinazione ottica-distanza; le condizioni ambientali sono note, registrate e ripetibili. ISO 18434-1 al punto 10 pone esattamente queste due ultime richieste: condizioni favorevoli all'acquisizione di dati accurati, e condizioni di esercizio ripetibili e coerenti con quelle normali.

Le condizioni che, singolarmente, bastano a rendere il risultato inservibile:

Carico troppo basso o assente. Il calore che cerchiamo è prodotto da una dissipazione. Un contatto resistivo dissipa in proporzione al quadrato della corrente: dimezzare il carico riduce a un quarto la potenza dissipata sul difetto, e con essa — in prima approssimazione, perché lo scambio termico verso l'ambiente non è lineare — il ΔTDelta TDifferenza fra la temperatura del punto in esame e quella di un riferimento: un componente identico nelle stesse condizioni, oppure l'ambiente. La gravità di un'anomalia si valuta sul delta T, non sul valore assoluto, perché è il delta… osservabile. La legge quadratica, i suoi limiti e la normalizzazione del ΔT al carico di riferimento sono trattati nella pagina sul ΔT e la classificazione delle anomalie. Un quadro ispezionato in fermata, una macchina appena avviata, un edificio senza gradiente termico fra interno ed esterno non hanno prodotto il segnale che si vorrebbe leggere. La soglia operativa spesso citata per gli impianti elettrici — almeno il 40% della corrente nominale — è [DA VERIFICARE]: è prassi diffusa nel settore, non prescrizione di una norma che sia stato possibile confermare. Ciò che è invece verificabile è che ISO 18434-1 fonda l'intero impianto comparativo sul confronto fra rilievi a pari carico e pari condizioni ambientali (punti 5.2 e 7).

Irraggiamento solare recente. Il sole scalda le superfici in modo disomogeneo, e il calore accumulato persiste per ore dopo che l'ombra è arrivata. Su una facciata, un tetto, un quadro da esterno, l'immagine racconta la storia dell'insolazione, non lo stato del componente. È il primo dei fattori che ISO 18434-1 elenca al punto 10 fra le condizioni da valutare prima di acquisire.

Transitorio termico in corso. Le anomalie termiche si leggono in regime stazionario o quasi. Un impianto acceso da venti minuti, una parete dopo un cambio di temperatura ambiente, un edificio con il riscaldamento appena partito stanno ancora ridistribuendo calore: la mappa che si ottiene è quella del transitorio, non quella del difetto.

Vento e ventilazione forzata. Il moto d'aria asporta calore per convezione dalle superfici esposte, e lo fa in modo selettivo: raffredda di più proprio i punti caldi. Un ventilatore acceso, una corrente d'aria da una porta aperta, una giornata ventosa possono cancellare un'anomalia reale — falso negativo — o crearne una apparente sul lato riparato.

Superficie riflettente. Metallo lucido, alluminio, rame nuovo, vetro, acciaio inox spazzolato: superfici a emissività bassa e riflettività alta. Su queste la termocamera vede soprattutto ciò che la superficie riflette, cioè l'operatore, le lampade, il soffitto. Non si risolve alzando l'emissività a caso: si risolve misurando la temperatura riflessa apparente secondo la procedura dell'Annex A di ISO 18434-1 (o dell'Annex B di ISO 6781-1), applicando un trattamento a emissività nota — nastro opaco, vernice — dove è ammesso, oppure dichiarando che quel punto non è misurabile.

Angolo di ripresa eccessivo. L'emissività di quasi tutti i materiali crolla ai grandi angoli rispetto alla normale alla superficie. Riprendere una sbarra molto di sbieco, o un tetto dal bordo, produce valori sistematicamente sottostimati. La regola pratica adottata qui è restare entro 30° dalla normale e trattare come qualitativi i dati raccolti oltre 45-50°; quando non si può, va dichiarato fra i limiti dell'indagine.

Componente dentro un carter chiuso. La termografia misura la temperatura della superficie che vede. Se il componente è dentro un involucro, la termocamera misura l'involucro, che risponde con ritardo e con attenuazione a seconda della sua conduttività e del contatto termico. Un difetto interno che non abbia ancora scaldato la superficie esterna non compare. Non è una limitazione dello strumento: è la fisica del problema.

Vetro interposto. Il vetro comune è sostanzialmente opaco alle lunghezze d'onda dell'infrarosso termico impiegate dalla maggior parte delle termocamere. Riprendere attraverso un vetro non significa vedere attenuato ciò che c'è dietro: significa misurare la temperatura del vetro e i riflessi sulla sua superficie. Per ispezionare in sicurezza senza aprire si usano finestre a infrarossi con materiale trasmissivo dichiarato, e la loro trasmittanza va impostata come parametro e riportata nel report.

Distanza eccessiva rispetto alla risoluzione di misura. È l'errore più subdolo, perché produce immagini che sembrano ottime. ISO 18434-1 definisce la risoluzione spaziale di misura (3.15) come la dimensione dello spot di misura in funzione della distanza di lavoro, espressa in milliradianti o come rapporto fra dimensione del bersaglio e distanza, con la convenzione che lo spot contenga il 95% dell'energia radiante. La convenzione non è unica — parte della documentazione di costruttore adotta la soglia del 90% — e neppure il numero di pixel richiesti sul bersaglio lo è: le fonti vanno da 2:1 a 10:1, e il calcolo è svolto nella pagina su IFOV, NETD e limiti di misura. Il punto, comune a tutte le convenzioni, è che un bersaglio più piccolo dello spot non viene mai misurato correttamente: quello che si legge è una media pesata fra il bersaglio e ciò che gli sta intorno, sistematicamente più fredda del vero. Un morsetto da 8 mm ripreso da dieci metri con un'ottica standard restituirà un valore rassicurante e falso. E va detto che la risoluzione di misura è più grossolana della risoluzione dell'immagine: un pixel visibile non è un pixel misurabile.

Che questo non sia un dettaglio accademico lo conferma l'unica norma che, nel campo della termografia, ha messo per iscritto soglie geometriche e ambientali esplicite: la IEC TS 62446-3IEC TS 62446-3Specifica tecnica che definisce condizioni, procedure e criteri di valutazione per l'ispezione a infrarossi degli impianti fotovoltaici: soglie di irraggiamento, modalità di ripresa e classificazione delle anomalie.:2017, dedicata alla termografia a infrarossi in esterno di moduli e impianti fotovoltaici, che prescrive requisiti su apparecchiatura di misura, condizioni ambientali, procedura di ispezione, rapporto di ispezione e qualificazione del personale, e fissa una risoluzione minima di 5×5 pixel per cella e un irraggiamento minimo sul piano dei moduli di 600 W/m². È il modello di come una prescrizione operativa dovrebbe essere formulata: una soglia numerica, un ambito di applicazione, una conseguenza.

Cosa fare quando una condizione manca

La risposta corretta non è «misuro lo stesso e lo scrivo piccolo». È una di queste tre: rimandare il rilievo a condizioni valide; eseguirlo dichiarando la limitazione e declassando esplicitamente il risultato a indicativo; escludere il punto dall'indagine e riportarlo fra le parti non ispezionate. Tutte e tre sono difendibili. Un valore presentato come misura, quando le condizioni non lo consentivano, non lo è.

Confronto fra scala automatica e scala manuale sullo stesso termogramma, con indicazione di level e span
Confronto fra scala automatica e scala manuale sullo stesso termogramma, con indicazione di level e span

Come si legge un termogramma

Un termogramma è la rappresentazione della distribuzione di temperatura di una superficie in un'immagine termica: la definizione formale è nella UNI EN ISO 6781-1:2023 (punto 3.2.2), che poco oltre precisa che l'immagine termica rappresenta la distribuzione di temperatura apparente di radianza sulle superfici inquadrate (3.2.6). La parola «apparente» è il cuore di tutto: ciò che si vede è radiazione, non temperatura, e la conversione dipende dai parametri visti sopra.

Scala manuale e scala automatica: level e span

Ogni termogramma associa i colori a un intervallo di temperature. Quell'intervallo è definito da due grandezze: il level, cioè il centro della finestra, e lo span, cioè la sua ampiezza. Per default le termocamere impostano automaticamente level e span sui valori minimo e massimo presenti nell'inquadratura.

Le conseguenze sono due, ed entrambe pesanti.

La prima: la scala automatica ricontrasta ogni immagine su sé stessa. Una parete perfettamente uniforme, con 0,4 °C di escursione, viene rappresentata usando l'intera gamma di colori disponibile, e appare drammaticamente disomogenea. Lo stesso identico aspetto grafico avrà un morsetto a 140 °C accanto a uno a 40 °C. L'occhio legge «rosso uguale problema» in entrambi i casi. È il modo più efficiente per allarmare un committente con una parete sana e per rassicurarlo con una che non lo è.

La seconda: due immagini con scala automatica non sono confrontabili. Se lo scopo dell'indagine è il confronto — fra due componenti omologhi, fra due prospetti, fra la campagna di quest'anno e quella dell'anno scorso — la scala va fissata manualmente sullo stesso intervallo e l'intervallo va scritto nel report. Senza questo, la comparazione visiva è priva di significato, anche quando i valori puntuali sono corretti.

La pratica corretta è: automatica per esplorare, manuale per documentare. In fase di rilievo la scala automatica aiuta a trovare le anomalie; in fase di refertazione si fissa lo span su un valore coerente con il fenomeno — stretto per le irregolarità dell'involucro edilizio, largo per le sovratemperature elettriche — e lo si dichiara accanto all'immagine.

Le palette e cosa fanno al dato

La palette è una convenzione di colore applicata a un dato numerico. Non aggiunge informazione: la ridistribuisce sulla percezione. Le tre di uso corrente si comportano in modo diverso.

Ironbow. La UNI EN ISO 6781-1:2023 la definisce formalmente al punto 3.2.10 come la palette che va dal nero attraverso blu, magenta, arancio e giallo fino al bianco, e ne dichiara la ragione d'uso: è quella che crea il contrasto migliore, in particolare per quanto riguarda bordi e forme. È la scelta di default per la presentazione delle anomalie in un report, perché mantiene un ordinamento percettivo monotono — «più chiaro uguale più caldo» è leggibile anche senza consultare la scala — e non introduce salti di colore arbitrari.

Scala di grigi. È la più fedele alla natura del dato e la migliore quando serve riconoscere la geometria: giunti, tessitura muraria, tracce di impianto, discontinuità strutturali. Il costo è che l'occhio umano discrimina meno livelli di grigio che di colore, e i gradienti sottili si perdono.

Rainbow. Massimizza la discriminazione dei gradienti sottili, ed è per questo che piace. Il prezzo è alto: la sequenza di tinte non ha un ordinamento percettivo naturale, e i confini fra le bande di colore creano soglie visive che nel dato non esistono. Su una rainbow si «vede» un bordo netto dove la temperatura varia con continuità. Va usata consapevolmente, su fenomeni a basso contrasto, e mai come palette unica di un report destinato a un lettore non tecnico.

C'è poi un vincolo di accessibilità che riguarda il report, non il termogramma: la gravità di un'anomalia non va comunicata con la stessa scala cromatica dell'immagine termica, e non va comunicata dal solo colore. Chi ha un deficit di visione rosso-verde non distingue un livello dall'altro. La classificazione va sempre accompagnata da un'etichetta testuale:

Informativo Attenzione Critico

Isoterme

L'isoterma è una funzione di elaborazione dell'immagine che evidenzia un intervallo di temperature apparenti uguali (ISO 18434-1, 3.8). La UNI EN ISO 6781-1:2023 distingue con maggiore precisione tre oggetti: l'isoterma di temperatura (3.2.7), l'isoterma di densità di radiazione (3.2.8) e l'immagine a isoterme (3.2.9), che è l'uscita della termocamera che mostra le une e le altre.

Nell'uso pratico l'isoterma serve a rispondere a una domanda binaria: quale parte della superficie supera la soglia? È efficacissima quando la soglia è stabilita da un criterio esterno — la temperatura massima ammissibile di un componente, il punto di rugiada su una parete — e fuorviante quando viene scelta dopo aver guardato l'immagine, perché a quel punto disegna semplicemente il contorno che si voleva vedere. Se un report usa isoterme, deve dichiarare da dove viene la soglia.

ΔT o temperatura assoluta?

È la scelta metodologica che decide come si legge tutto il resto, e ISO 18434-1 la formalizza al punto 13 distinguendo il criterio a differenza di temperatura (13.2) dal criterio a temperatura massima ammissibile (13.3).

Il ΔT — differenza fra il punto in esame e un riferimento omologo che lavora nelle stesse condizioni — è robusto rispetto agli errori sistematici: se l'emissività impostata è imprecisa, lo è per entrambi i punti, e la differenza resta significativa. È il criterio naturale quando esiste un componente gemello: due fasi dello stesso circuito, due cuscinetti della stessa macchina, due campate identiche di una facciata. Va usato solo fra punti realmente comparabili: stesso materiale, stessa finitura, stessa esposizione, stesso carico. È lo stesso principio che ISO 18434-1 descrive al punto 5.2 quando parla di superfici confrontate con un valore di emissività di default comune.

La temperatura assoluta serve quando il criterio è un limite del componente: la temperatura massima ammessa da un isolante, da un morsetto, da un cuscinetto. Qui non c'è confronto che tenga, o si è sotto il limite o no. È però la lettura più fragile, perché eredita per intero gli errori sui parametri di misura.

Le tabelle di soglia numerica che circolano — i classici scaglioni di ΔT che classificano un'anomalia elettrica come lieve, seria o critica — non hanno una fonte normativa italiana, europea o ISO: quelle più diffuse riproducono la tabella 100.18 delle specifiche ANSI/NETA, prassi di settore nordamericana e non prescrizione cogente in Italia (la ricostruzione delle due scale e delle loro condizioni di validità è nella pagina sul ΔT e la classificazione delle anomalie). ISO 18434-1 stabilisce che i criteri di severità vanno stabiliti (punto 13.1) e ne descrive le due famiglie, ma non pubblica una tabella universale; EN 16714-1 dichiara espressamente che i criteri di accettabilità non sono definiti dalla norma. Un report che riporta una scala numerica deve quindi dichiararne la fonte: una specifica del costruttore del componente, una procedura interna del committente, uno standard di settore adottato. Una scala senza fonte non è un criterio: è un'abitudine.

Un ultimo punto, esplicito in ISO 18434-1 e quasi sempre disatteso nei documenti: la termografia comparativa qualitativa individua l'anomalia ma non ne stabilisce la severità (punto 5.3); per assegnare un livello di gravità serve la comparativa quantitativa, con valutazione di emissività, temperatura riflessa e distanza. Un report che classifica la gravità di un'anomalia dichiarando di aver eseguito un'indagine qualitativa si contraddice da solo.

Riconoscere un falso positivo

Le anomalie apparenti più frequenti, in ordine di quanto spesso finiscono in un report senza essere state escluse:

  • Riflessione. Una sorgente calda — un corpo illuminante, una finestra, l'operatore stesso — che si specchia su una superficie lucida. Il test è immediato: cambiare angolo. Un difetto reale resta agganciato al punto, un riflesso si sposta o scompare.
  • Differenza di emissività, non di temperatura. Una vernice diversa, un'etichetta adesiva, una zona ossidata accanto a una lucida producono una discontinuità netta nell'immagine a temperatura perfettamente uniforme. Il sospetto scatta quando il contorno dell'anomalia coincide esattamente con un contorno visibile: è una delle ragioni per cui l'immagine in luce visibile appaiata non è un abbellimento.
  • Ombra termica. Una superficie che è stata schermata dal sole, o coperta da un oggetto rimosso poco prima, conserva la memoria della schermatura per un tempo che dipende dalla sua inerzia termica.
  • Convezione ascendente. Il pennacchio d'aria calda sopra un componente che dissipa scalda ciò che gli sta sopra. Il punto più caldo dell'immagine può non essere il componente guasto, ma la barra che gli sta sopra.
  • Bersaglio più piccolo dello spot di misura. Qui l'errore va nell'altro verso: produce falsi negativi. Il valore letto è mediato con l'intorno freddo e sottostima il punto caldo. Un'anomalia piccola vista da lontano appare innocua.

La verifica che chiude quasi tutti i dubbi è sempre la stessa: tornare sul punto cambiando distanza e angolo, e ricontrollare con i parametri di misura corretti per quella superficie specifica. Se l'anomalia sopravvive a entrambi i cambi, appartiene all'oggetto.

Chi firma cosa

Il rapporto identifica due ruoli che possono non coincidere: chi ha eseguito il rilievo e chi lo ha refertato, cioè chi ha interpretato i dati e formulato il giudizio. Entrambi vanno nominati, con la rispettiva qualifica.

I riferimenti normativi sono distinti per settore. Nelle prove non distruttive vale la UNI EN ISO 9712UNI EN ISO 9712Norma che definisce qualificazione e certificazione del personale addetto alle prove non distruttive. Prevede tre livelli: il primo esegue, il secondo imposta, interpreta e firma, il terzo sviluppa procedure e qualifica il personale. La…, metodo TT (termografia), richiamata fra i riferimenti normativi della stessa EN 16714-1:2016, che al punto 7 tratta qualifiche e compiti del personale. Nel monitoraggio delle condizioni delle macchine il riferimento è la ISO 18436-7, richiamata da ISO 18434-1 che al punto 17 tratta la qualificazione del personale. Per gli edifici esiste una parte dedicata dell'intera serie, la ISO 6781-3:2015, che copre esplicitamente le qualifiche di operatori dell'apparecchiatura, analisti dei dati e redattori del rapporto, articolate in tre classi in funzione della tipologia di edificio.

Questo articolo si ferma qui sul tema: la qualificazione, i livelli, cosa può fare un livello 1 rispetto a un livello 2 e come un committente verifica una certificazione sono trattati nella pagina sulle norme della termografia e le certificazioni del personale.

La verifica in dieci minuti

Un modo rapido per capire se un report termografico che avete in mano regge. Aprite il documento e cercate, in quest'ordine:

  1. La matricola della termocamera e il riferimento alla taratura. Se manca, lo strumento non è tracciabile.
  2. L'emissività e la temperatura riflessa apparente, dichiarate per superficie e non una sola volta in copertina. Se mancano, i numeri non sono riproducibili.
  3. Lo stato di carico o di esercizio dell'oggetto al momento della misura. Se manca, non sapete se il rilievo poteva vedere qualcosa.
  4. La foto in luce visibile accanto a ogni termogramma. Se manca, non potete tornare sul punto.
  5. Gli estremi della scala su ogni immagine. Se mancano, i colori non significano nulla.
  6. Il criterio di giudizio dichiarato, con la sua fonte. Se manca, la classificazione è un'opinione.
  7. La sezione sui limiti: cosa non è stato ispezionato, e perché. Se manca, il documento promette una copertura che non ha.
  8. Le due firme con qualifica, di chi ha eseguito e di chi ha refertato.

Un report che passa questi otto controlli è un documento tecnico. Uno che ne fallisce tre o quattro è una raccolta di immagini colorate, e il problema non è estetico: significa che nessuno, nemmeno chi l'ha scritto, potrà ricostruire fra un anno cosa era stato misurato, in quali condizioni e con quale margine di errore.

Norme citate

  • UNI EN 16714-1:2016 — Prove non distruttive. Prove termografiche. Parte 1: Principi generali. Punto 7 qualifiche del personale, punto 8 valutazione, punto 9 rapporto di prova, punto 10 registrazioni. Parte 2: Apparecchiature. Parte 3: Termini e definizioni.
  • ISO 18434-1:2008 — Condition monitoring and diagnostics of machines. Thermography. Part 1: General procedures. Punto 9 taratura, 10 raccolta dati, 12 e Annex A (normativo) misure in campo di temperatura riflessa apparente ed emissività, 13 criteri di severità, 15 diagnosi e prognosi, 16 rapporto di prova, 17 qualificazione del personale. Parte 2: ISO 18434-2:2019.
  • UNI EN ISO 6781-1:2023 — Prestazione degli edifici. Rilevazione di irregolarità di calore, aria e umidità negli edifici mediante metodi a infrarossi. Parte 1: Procedure generali. Punto 19 rapporto di prova (19.1–19.5), Annex B (normativo). Sostituisce UNI EN 13187. Parte 3: ISO 6781-3:2015, qualifiche di operatori, analisti dei dati e redattori del rapporto.
  • UNI 11867:2022 — Prove non distruttive. Indicazioni generali per il corretto utilizzo della termografia all'infrarosso. Norma italiana di indirizzo, pubblicata il 7 luglio 2022.
  • UNI 10824-1:2000 — Prove non distruttive. Termografia all'infrarosso. Parte 1: Termini e definizioni. Ritirata con sostituzione dal 29 novembre 2016; la materia terminologica è confluita nella UNI EN 16714-3:2016.
  • UNI EN ISO 9712 — Prove non distruttive. Qualificazione e certificazione del personale addetto alle prove non distruttive (metodo TT).
  • ISO 18436-7 — Requisiti per la qualificazione e la valutazione del personale. Parte 7: Termografia.
  • IEC TS 62446-3:2017 — Sistemi fotovoltaici. Parte 3: Moduli e impianti fotovoltaici. Termografia a infrarossi in esterno.
  • ISO 10878 — Prove non distruttive. Termografia a infrarossi. Vocabolario (riferimento normativo di ISO 6781-1).
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Domande frequenti

Cosa deve contenere un report termografico?

In sintesi: identificazione dell'oggetto e del punto di misura, dati dello strumento e stato della taratura, parametri di misura impostati (emissività, temperatura riflessa apparente, distanza, trasmittanza di eventuali mezzi interposti), condizioni ambientali e stato di esercizio dell'oggetto al momento del rilievo, immagine IR e immagine in luce visibile dello stesso punto, criterio di giudizio dichiarato, classificazione dell'anomalia, azione raccomandata con orizzonte temporale, identificazione e qualifica di chi ha eseguito il rilievo e di chi ha refertato. Le norme che prescrivono un rapporto di prova sono UNI EN 16714-1:2016 (punto 9), ISO 18434-1:2008 (punto 16) per le macchine e UNI EN ISO 6781-1:2023 (punto 19) per gli edifici.

Esiste una norma italiana specifica sul contenuto del report termografico?

Non esiste una norma nazionale italiana che prescriva da sola il contenuto del rapporto. La norma italiana dedicata alla termografia è la UNI 11867:2022, «Prove non distruttive - Indicazioni generali per il corretto utilizzo della termografia all'infrarosso», pubblicata il 7 luglio 2022: è un documento di indirizzo che richiama e integra le norme esistenti, non un modello di report. Il contenuto del rapporto è prescritto dalle norme europee e internazionali recepite in Italia: UNI EN 16714-1:2016, UNI EN ISO 6781-1:2023 e, per il monitoraggio delle macchine, ISO 18434-1:2008.

Un report senza emissività e temperatura riflessa è valido?

Non è verificabile, e un dato non verificabile non è un dato. La temperatura che leggi su un termogramma è il risultato di un calcolo che parte dai parametri impostati nella termocamera: cambiando emissività o temperatura riflessa apparente cambia il numero, a parità di scena. Se il report non dichiara quei valori, nessun terzo può rifare il conto né confrontare il rilievo con quello dell'anno prima. ISO 18434-1:2008 dedica il punto 12 e l'Annex A (normativo) proprio alla determinazione in campo di temperatura riflessa apparente ed emissività; UNI EN ISO 6781-1:2023 ha un Annex B normativo di identico oggetto.

Quando una termografia non è attendibile?

Quando le condizioni del rilievo non permettono al calore di manifestarsi o falsano la radiazione raccolta: oggetto scarico o fermo, irraggiamento solare recente sulla superficie, transitorio termico in corso, vento o ventilazione forzata che raffredda il punto caldo, superficie molto riflettente (metallo lucido), angolo di ripresa eccessivo, componente dentro un carter chiuso, vetro interposto, distanza eccessiva rispetto alla risoluzione di misura dello strumento. ISO 18434-1:2008, al punto 10, chiede esplicitamente che le ispezioni siano eseguite quando le condizioni ambientali e fisiche — sole, vento, condizioni della superficie e dell'atmosfera — sono favorevoli all'acquisizione di dati accurati, e che le condizioni di esercizio siano ripetibili.

Perché serve anche la foto in luce visibile accanto al termogramma?

Perché il termogramma da solo non identifica l'oggetto. Una macchia calda su una mappa di colori non dice quale morsetto, quale fase, quale trave, quale tubazione: senza l'immagine visibile appaiata, chi legge non può tornare sul punto per intervenire né ripetere la misura nella campagna successiva. È anche l'unico modo per distinguere un difetto reale da un artefatto: molte anomalie apparenti si spiegano guardando cosa c'è davvero in quel punto — una vernice diversa, una superficie lucida, un riflesso.

Cosa significa che la scala automatica inganna?

Le termocamere impostano di default i limiti della scala colori (level e span) sui valori minimo e massimo presenti nell'inquadratura. Il risultato è che ogni immagine viene ricontrastata su sé stessa: una differenza di 0,4 °C su una parete uniforme appare drammatica quanto una di 60 °C su un morsetto in fusione, e due termogrammi dello stesso oggetto in date diverse non sono confrontabili. Per la lettura si usa la scala automatica come primo colpo d'occhio; per il report si fissa la scala manualmente e la si dichiara, altrimenti il colore non significa nulla.

Cosa vuol dire palette ironbow e quando si usa?

È la tavolozza che va dal nero al blu, magenta, arancio, giallo fino al bianco. La UNI EN ISO 6781-1:2023 la definisce formalmente (punto 3.2.10) indicandone la ragione d'uso: è la palette che dà il contrasto migliore, in particolare su bordi e forme. Si usa come default per la presentazione delle anomalie; la scala di grigi si preferisce quando servono dettaglio geometrico e riconoscimento della struttura, la rainbow quando si vuole enfatizzare gradienti sottili, al prezzo di introdurre soglie di colore che il dato non contiene.

Chi deve firmare il report termografico?

Chi esegue il rilievo e chi lo referta devono essere identificati e qualificati, e le due figure possono non coincidere. Nel settore delle prove non distruttive il riferimento è la UNI EN ISO 9712 (metodo TT, termografia), richiamata come riferimento normativo dalla stessa EN 16714-1:2016; per il monitoraggio delle condizioni delle macchine il riferimento è la ISO 18436-7; per la termografia degli edifici esiste una parte dedicata, la ISO 6781-3:2015, sulle qualifiche di operatori, analisti dei dati e redattori del rapporto. È un tema a sé, che merita una trattazione separata.

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