Termografia TOPDiagnostica a infrarossi
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UNI EN ISO 9712

Cos'è la termografia a infrarossi: che cosa misura davvero una termocamera

Termocamera impugnata davanti a una centrale termica: sul display la stessa tubazione inquadrata compare in falsi colori, con la mandata calda in arancione sul fondo blu
Termocamera impugnata davanti a una centrale termica: sul display la stessa tubazione inquadrata compare in falsi colori, con la mandata calda in arancione sul fondo blu

La termografia a infrarossi è la tecnica che misura la radiazione infrarossa emessa dalla superficie di un corpo e la traduce in un'immagine in cui a ogni punto corrisponde un valore di temperatura calcolato. Il principio fisico è che ogni corpo a temperatura superiore allo zero assoluto — cioè sopra i -273,15 °C, quindi tutto ciò che esiste — emette radiazione elettromagnetica nella banda infrarossa. Una termocamera raccoglie quella radiazione attraverso un'ottica trasparente all'infrarosso, la converte in segnale elettrico e restituisce una mappa termica della superficie inquadrata. È un metodo di controllo non distruttivo, senza contatto e ripetibile nel tempo.

Questa pagina parte dalla fisica e arriva ai limiti operativi, senza saltare il passaggio che quasi tutte le presentazioni divulgative omettono: la termocamera non misura la temperatura. Misura radiazione. La temperatura è un'inferenza, e la qualità di quell'inferenza dipende da come lavora chi tiene lo strumento in mano.

Il principio fisico: perché tutto emette infrarosso

Ogni corpo sopra lo zero assoluto contiene particelle in agitazione termica, e quel movimento produce emissione di radiazione elettromagnetica. La quantità totale di energia irradiata da una superficie segue la legge di Stefan-Boltzmann:

W = ε · σ · T⁴

dove W è la potenza emessa per unità di superficie, ε è l'emissivitàEmissivitàRapporto fra la radiazione emessa da una superficie reale e quella emessa da un corpo nero alla stessa temperatura. Varia con materiale, finitura e angolo di vista: impostarla male è la prima causa di misure sbagliate. Rame lucido e… del materiale, σ è la costante di Stefan-Boltzmann (5,67 × 10⁻⁸ W·m⁻²·K⁻⁴) e T è la temperatura assoluta in kelvin. La dipendenza dalla quarta potenza spiega perché la termografia sia così sensibile: una variazione modesta di temperatura produce una variazione molto più marcata del segnale.

La lunghezza d'onda di massima emissione si ricava invece dalla legge dello spostamento di Wien, λmax ≈ 2898 / T micrometri con T in kelvin. Per i corpi che interessano la diagnostica ordinaria — un edificio, un quadro elettrico, un motore, una persona — il risultato cade sistematicamente nell'infrarosso lontano.

20 °C (293 K) → picco a 9,9 µm 100 °C → 7,8 µm 500 °C → 3,7 µm

Lo spettro delle onde elettromagnetiche dalle onde radio ai raggi gamma, con la posizione dell'infrarosso fra le microonde e la luce visibile e la scala delle temperature corrispondenti
Lo spettro delle onde elettromagnetiche dalle onde radio ai raggi gamma, con la posizione dell'infrarosso fra le microonde e la luce visibile e la scala delle temperature corrispondenti

L'infrarosso occupa la porzione di spettro fra la luce visibile e le microonde. Non è tutto utilizzabile: l'atmosfera lo assorbe in modo molto disuguale e lo lascia passare solo in alcune finestre. Le due che contano sono la LWIR, 8-14 µm, e la MWIR, 3-5 µm. Le termocamere per uso civile, edile e industriale lavorano in LWIR, perché è la finestra in cui cade il picco di emissione dei corpi a temperatura ambiente e perché i rivelatori che la coprono — i microbolometri non raffreddati — funzionano senza raffreddamento criogenico.

Lo spettro elettromagnetico con l'intervallo del visibile espanso fra 400 e 700 nanometri: la banda a cui l'occhio umano è sensibile è una frazione minima dello spettro
Lo spettro elettromagnetico con l'intervallo del visibile espanso fra 400 e 700 nanometri: la banda a cui l'occhio umano è sensibile è una frazione minima dello spettro

L'occhio umano è sensibile a una fascia strettissima, fra 400 e 700 nanometri circa: tutto ciò che accade oltre i 700 nm è, per noi, buio. La termocamera estende la percezione a una banda in cui ogni oggetto è sorgente di segnale, anche nell'oscurità completa: non serve luce, perché non si osserva luce riflessa ma radiazione emessa dal corpo stesso.

Come funziona una termocamera

Il percorso del segnale vale la pena di essere seguito, perché ogni passaggio introduce un vincolo.

  1. L'ottica. Il vetro comune è opaco nella banda 8-14 µm: nell'infrarosso termico si comporta come uno specchio. Per questo gli obiettivi delle termocamere sono in germanio, silicio o seleniuro di zinco. L'ottica determina il campo di vista e, insieme al sensore, la risoluzione geometrica del rilievo.
  2. Il rivelatore. È la matrice di elementi sensibili — il detector — su cui l'ottica proietta la scena. Nei microbolometri ogni elemento cambia resistenza elettrica quando la radiazione incidente ne altera la temperatura.
  3. L'elaborazione. Il segnale di ogni elemento diventa un valore numerico e poi, applicando il modello radiometrico dello strumento e i parametri impostati dall'operatore, un valore di temperatura.
  4. La restituzione. L'insieme dei valori è un'immagine a falsi colori — il termogramma — in cui la scala cromatica è una convenzione di visualizzazione, non un dato: cambiando palette o estremi della scala la stessa scena può apparire drammatica o innocua. Un termogramma senza scala di temperatura leggibile non è un documento.

Due grandezze definiscono i limiti dello strumento: l'IFOV, cioè quanto è piccolo il dettaglio che un singolo elemento del sensore risolve a una data distanza, e il NETD, cioè la minima differenza di temperatura distinguibile dal rumore. Sono limiti indipendenti e insieme decidono se un rilievo può funzionare: la trattazione con i calcoli svolti è nella pagina su IFOV, NETD e limiti della misura termografica.

Cosa misura davvero: radiazione, non temperatura

Questo è il punto che separa una spiegazione tecnica da una divulgativa, ed è la ragione per cui due operatori possono ricavare numeri diversi dalla stessa identica scena.

La radiazione che arriva all'obiettivo non proviene tutta dall'oggetto inquadrato. È la somma di tre contributi:

  • la radiazione emessa dalla superficie del bersaglio, l'unica che interessa;
  • la radiazione proveniente dall'ambiente e riflessa dal bersaglio verso l'obiettivo;
  • la radiazione emessa dall'atmosfera interposta fra strumento e bersaglio.

Per isolare il primo termine — e solo da quello risalire alla temperatura — il software applica un modello che richiede parametri forniti dall'operatore: emissività della superficie, temperatura apparenteTemperatura apparenteValore letto dallo strumento senza correzione dei parametri di misura. La temperatura reale si ottiene correggendo per emissività del materiale, temperatura apparente riflessa dell'ambiente, distanza, umidità e trasmittanza atmosferica. riflessa, distanza, temperatura atmosferica e umidità relativa, più l'eventuale trasmissione di ottiche o finestre interposte.

L'errore concettuale più comune

«La termocamera misura la temperatura» è falso, e non è una sottigliezza accademica. La termocamera misura un flusso di radiazione; la temperatura è il risultato di un calcolo che dipende da parametri inseriti a mano. Se l'emissività impostata è sbagliata, la radiazione rilevata resta corretta ma la temperatura calcolata no — e l'errore cresce al diminuire dell'emissività reale della superficie. Su un metallo lucido la quota dominante di ciò che arriva all'obiettivo è riflessa: la lettura racconta il soffitto, la lampada o l'operatore stesso, non il componente. Un rilievo che non dichiara emissività e temperatura apparente riflessa adottate non è verificabile da nessuno.

L'emissività è il rapporto fra la radiazione realmente emessa da una superficie e quella che emetterebbe un corpo nero ideale alla stessa temperatura: vale 1 per il corpo nero teorico e scende verso 0 sulle superfici speculari. Sulle superfici dell'edilizia è alta e stabile; sui metalli lucidi crolla.

calcestruzzo ≈ 0,93 laterizio e intonaco ≈ 0,93 vernici (qualsiasi colore) 0,90-0,97 alluminio lucido 0,02-0,09

I valori provengono dalle tabelle di emissività di uso corrente per la banda 8-14 µm. Un dato controintuitivo merita attenzione: nell'infrarosso termico il colore non conta. Una vernice bianca e una nera hanno emissività praticamente identica, perché il colore riguarda il comportamento nel visibile, non a 10 µm. Conta la natura della superficie — opaca o speculare, ossidata o lucida — non la tinta. Come si determina l'emissività in campo, anziché copiarla da una tabella, è nella pagina su come determinare l'emissività di un materiale.

Ne discende una conseguenza operativa: la termografia è forte sui gradienti e debole sui valori assoluti. Uno strumento moderno distingue differenze dell'ordine dei centesimi di grado, ma l'incertezza sul valore assoluto è di un paio di gradi. Per questo i criteri diagnostici seri non ragionano su temperature nude, bensì su differenze rispetto a un riferimento — la logica dei criteri ΔT per la classificazione delle anomalie.

Termografia qualitativa e quantitativa

La distinzione è formalizzata, per il monitoraggio delle condizioni delle macchine, dalla ISO 18434-1, e attraversa tutta la pratica termografica.

Le due modalità di lettura
  • Termografia qualitativa. Si confrontano zone diverse della stessa immagine, o immagini analoghe fra loro, per individuare ciò che si discosta dal comportamento atteso, senza attribuire un valore assoluto di temperatura. Risponde alla domanda: qui c'è un'anomalia? È la modalità con cui si mappa una facciata, si localizza la traccia di un'infiltrazione, si trova il punto caldo in un quadro.
  • Termografia quantitativa. Si determina un valore di temperatura, o più spesso un ΔT rispetto a un riferimento omologo, per classificare la gravità dell'anomalia e la priorità dell'intervento. Richiede la corretta impostazione di tutti i parametri di misura e la loro dichiarazione nel rapporto. Risponde alla domanda: quanto è grave, e con che urgenza?

Il rapporto fra le due non è gerarchico ma sequenziale: si individua in qualitativo, si classifica in quantitativo. Un rilievo solo qualitativo è legittimo e spesso sufficiente, purché sia dichiarato per quello che è. Il caso problematico è l'opposto: un rapporto che presenta numeri di temperatura ricavati senza controllo dei parametri, facendo passare per quantitativo un rilievo che tale non è. Su superfici a bassa emissività, in particolare, i valori di T e di ΔTDelta TDifferenza fra la temperatura del punto in esame e quella di un riferimento: un componente identico nelle stesse condizioni, oppure l'ambiente. La gravità di un'anomalia si valuta sul delta T, non sul valore assoluto, perché è il delta… sono spesso inaffidabili perché le condizioni superficiali e ambientali dominano il segnale.

Termografia passiva e termografia attiva

La seconda divisione riguarda l'origine del gradiente termico che rende visibile l'anomalia.

La termografia passiva osserva la scena così com'è: il gradiente esiste già, prodotto dall'esercizio dell'impianto, dal clima, dal ciclo giorno-notte, dal carico elettrico. È la modalità della quasi totalità della diagnostica edile ed elettrica, e il suo limite è evidente: se il gradiente non c'è, non c'è niente da vedere.

La termografia attiva introduce deliberatamente una sollecitazione termica nel materiale e osserva come la superficie risponde nel tempo. Non si guarda più una fotografia termica ma la dinamica del transitorio: le zone che contengono un difetto — un vuoto, un distacco, una delaminazione — hanno una diffusività termica diversa dal materiale sano e si portano in equilibrio con tempi diversi. È la differenza fra guardare un'immagine e guardare un film.

Termogramma di una parete intonacata in cui emerge la tessitura della muratura sottostante, affiancato alla fotografia nel visibile della stessa parete, che appare uniforme
TermogrammaTermogrammaImmagine in falsi colori in cui a ogni pixel corrisponde una temperatura apparente della superficie. Senza scala di temperatura e senza i parametri di misura un termogramma non è un dato: è un'illustrazione. di una parete intonacata in cui emerge la tessitura della muratura sottostante, affiancato alla fotografia nel visibile della stessa parete, che appare uniforme

L'immagine sopra mostra il principio nella forma più didattica possibile: nel visibile la parete è omogenea, nell'infrarosso la tessitura della muratura retrostante emerge nitidamente, perché malta e blocchi rispondono alla sollecitazione termica con tempi diversi.

Le tecniche di stimolazione documentate nella letteratura sui controlli non distruttivi sono principalmente quattro:

  • Termografia pulsata: un impulso di calore breve e intenso, seguito dall'osservazione del raffreddamento. È rapida: da pochi secondi sui materiali ad alta conducibilità a qualche minuto su quelli isolanti.
  • Riscaldamento a gradini (step heating): analoga alla pulsata ma con riscaldamento prolungato, adatta a esplorare profondità maggiori.
  • Lock-in: si applica un'onda termica periodica e si analizzano ampiezza e fase della risposta alla stessa frequenza. Penetra in spessori maggiori ed è meno sensibile alle disomogeneità di emissività, che nelle altre tecniche sono una fonte di falsi segnali.
  • Vibrotermografia: la sollecitazione non è ottica ma meccanica. Una vibrazione applicata al pezzo genera calore per attrito proprio in corrispondenza delle discontinuità: cricche e delaminazioni si autodenunciano scaldandosi.

La termografia attiva è di casa nel controllo dei materiali compositi e nella diagnostica dei manufatti, dove serve leggere sotto una superficie che non si può toccare. Richiede attrezzatura di stimolazione e competenze specifiche: non è l'estensione naturale di un sopralluogo con termocamera, è un'altra disciplina.

A cosa serve la termografia: i settori di applicazione

Il denominatore comune è uno solo: un'anomalia che si manifesta come differenza di temperatura superficiale. Dove quella condizione esiste la termografia funziona; dove non esiste, nessuna competenza la fa funzionare. I settori principali sono cinque.

  • Edilizia e involucro. Ponti termici, mancanze e discontinuità di isolante, infiltrazioni, distacchi di intonaco, tracce di impianti sottotraccia. È il campo in cui la termografia sostituisce l'indagine distruttiva: si veda il collaudo termografico di un cappotto termico.
  • Impianti elettrici. Connessioni allentate o ossidate, squilibri di fase, sovraccarichi. Il calore anomalo precede il guasto e spesso l'incendio: contano la periodicità dei controlli e, per ispezionare in sicurezza a quadro chiuso, le finestre a infrarossi.
  • Industria e meccanica. Cuscinetti in avaria, disallineamenti, attriti anomali, perdite di vapore, refrattari degradati. È il cuore della manutenzione predittiva: si interviene sul componente che sta degradando, non a calendario.
  • Fotovoltaico. Celle in cortocircuito, hot spot, stringhe inattive, diodi di by-pass guasti. Il rilievo si esegue da drone o da terra con criteri diversi e, sugli impianti soggetti a prevenzione incendi, entra nella verifica periodica richiesta dal CPI.
  • Data center. Punti caldi negli armadi, ricircoli d'aria, corridoi caldi e freddi mal separati: la termografia nei data center lavora su margini termici stretti e su impianti che non si possono fermare.

Un vantaggio li attraversa tutti: la misura è senza contatto, ripetibile nel tempo senza alterare ciò che si osserva e senza fermare l'impianto. Anzi, per la diagnostica elettrica e meccanica il rilievo va eseguito in esercizio e sotto carico, perché è il carico a produrre il gradiente che rende visibile il difetto.

Cosa la termografia non è, e cosa non vede

Le pagine che spiegano che cos'è la termografia raramente arrivano a questa sezione, perché stanno vendendo un servizio. Ma un metodo si giudica dai suoi confini, e questi sono netti.

Non attraversa i materiali, non misura la profondità

La termografia legge la radiazione emessa dalla superficie esterna, e solo quella. Non è una radiografia, non «guarda dentro» i muri, non vede le tubazioni in quanto oggetti. Ciò che sta sotto diventa visibile soltanto se altera la temperatura superficiale per conduzione o convezione, e la firma che ne risulta è attenuata, allargata e ritardata: un tubo caldo sottotraccia si vede perché scalda l'intonaco. Da quella firma non si ricava né la temperatura del corpo sottostante né la sua profondità. Vale anche per un componente dentro un carter chiuso, o per un quadro elettrico fotografato con le pannellature chiuse: immagini rassicuranti, valore diagnostico nullo.

Non vede attraverso il vetro

Il vetro comune è opaco nella banda 8-14 µm. Puntando una termocamera su una finestra si misura il riflesso dell'ambiente e dell'operatore, non ciò che sta dietro: è la stessa fisica per cui le ottiche delle termocamere sono in germanio e non in vetro. Corollario pratico: la temperatura di un serramento si misura sul telaio e sulla superficie esterna del vetro — che è a tutti gli effetti una superficie emittente — mai «attraverso» il vetro.

Non misura l'isolamento termico

La termografia restituisce temperature superficiali, non trasmittanza: non produce un valore di U in W/m²K e non sostituisce la misura in opera con termoflussimetro secondo la ISO 9869-1. Individua dove l'isolamento è discontinuo o mancante e serve a posizionare correttamente gli strumenti di misura. È un metodo di localizzazione, non di quantificazione della prestazione energetica: presentarlo come «verifica dell'isolamento» è un'imprecisione sostanziale.

Non vede ciò che non produce calore

Se un'anomalia non altera la distribuzione di temperatura superficiale, la termocamera restituisce un'immagine uniforme e priva di informazione. Una cricca in un elemento scarico, una corrosione che non modifica il flusso termico, un difetto elettrico che non dissipa: sono invisibili, e nessuno strumento migliore cambia il risultato. Serve un gradiente termico: è la condizione di esistenza del metodo, non un accorgimento.

A questi si aggiungono i limiti quantitativi dello strumento — risoluzione geometrica insufficiente, sensibilità inadeguata al contrasto atteso, angolo di ripresa troppo obliquo, distanza eccessiva con attenuazione atmosferica — trattati con i calcoli nella pagina su IFOV, NETD e cosa la termografia non vede.

Le condizioni perché un rilievo abbia senso

Condizioni di validità, prima ancora dello strumento
  • Gradiente termico sufficiente e stabile. Impianto sotto carico per elettrico e meccanico; differenza fra interno ed esterno adeguata e in regime stazionario per l'involucro. [DA VERIFICARE] le soglie numeriche prescritte per le indagini sull'involucro: vanno lette nella norma applicabile e non generalizzate.
  • Assenza di irraggiamento solare recente: il sole introduce un accumulo termico che maschera le firme diagnostiche. Nell'edilizia si traduce di norma in rilievi notturni o nelle prime ore del mattino.
  • Emissività e temperatura apparente riflessa determinate in campo e inserite nello strumento, non lasciate ai valori predefiniti.
  • Angolo di ripresa prossimo alla perpendicolare: l'emissività è direzionale e degrada sulle riprese molto oblique.
  • Accessibilità reale dei punti da rilevare, alla distanza necessaria e in sicurezza.

Nessuna di queste condizioni riguarda lo strumento: riguardano tutte il metodo. È il motivo per cui nella termografia la competenza dell'operatore pesa più dell'attrezzatura.

Chi può eseguire un'indagine termografica

Materialmente, chiunque abbia una termocamera. Perché il rilievo abbia valore documentale — cioè sia utilizzabile in un collaudo o accettabile per un ente o una compagnia assicurativa — servono due cose.

La prima è un operatore certificato di 2° livello da un organismo terzo: secondo la UNI EN ISO 9712UNI EN ISO 9712Norma che definisce qualificazione e certificazione del personale addetto alle prove non distruttive. Prevede tre livelli: il primo esegue, il secondo imposta, interpreta e firma, il terzo sviluppa procedure e qualifica il personale. La… per le prove non distruttive, oppure la UNI ISO 18436-7 per il monitoraggio delle condizioni delle macchine. La certificazione riguarda la persona e non l'azienda, ha una scadenza e va verificata: che cosa attesta e come si controlla è nella pagina sull'operatore termografico certificato di 2° livello.

La seconda è un rapporto conforme alla norma applicabile: le norme non sono intercambiabili e sceglierne una sbagliata rende il documento formalmente inutile. Il quadro completo è nella pagina sulle norme di termografia in Italia, la struttura minima di un rapporto verificabile in quella su cosa deve contenere un report termografico, e i termini tecnici usati qui — emissività, temperatura apparente riflessa, termogramma, IFOV, NETD, corpo nero, LWIR — nel glossario della termografia.

Fonti e riferimenti

I riferimenti a documentazione di costruttori sono citati esclusivamente come fonti documentali sulle definizioni tecniche. Questa pagina non confronta né raccomanda strumenti.

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Domande frequenti

Cos'è la termografia?

La termografia a infrarossi è una tecnica di telerilevamento che misura la radiazione infrarossa emessa dalla superficie di un corpo e la traduce in un'immagine in cui a ogni punto corrisponde un valore. Ogni corpo a temperatura superiore allo zero assoluto (-273,15 °C) emette radiazione infrarossa: la termocamera la raccoglie attraverso un'ottica trasparente all'infrarosso, la converte in segnale elettrico e la restituisce come mappa termica della superficie inquadrata. È un metodo di controllo non distruttivo e senza contatto.

La termocamera misura la temperatura?

No, non direttamente. La termocamera misura la radiazione infrarossa che arriva all'obiettivo. La temperatura è un valore calcolato a partire da quella radiazione, e il calcolo richiede parametri che l'operatore deve fornire: emissività della superficie, temperatura apparente riflessa, distanza, temperatura e umidità dell'atmosfera. Se quei parametri sono sbagliati, la radiazione misurata resta corretta ma la temperatura calcolata no. È la ragione per cui due operatori possono ottenere numeri diversi dalla stessa scena.

Che differenza c'è fra termografia qualitativa e quantitativa?

La termografia qualitativa individua le anomalie confrontando zone della stessa immagine o immagini simili fra loro, senza attribuire un valore assoluto di temperatura: risponde alla domanda «qui c'è qualcosa di anomalo?». La termografia quantitativa determina un valore di temperatura, o una differenza di temperatura rispetto a un riferimento, per classificare la gravità dell'anomalia. La distinzione è formalizzata dalla ISO 18434-1 per il monitoraggio delle condizioni delle macchine: le misure qualitative rilevano i difetti, quelle quantitative ne stabiliscono la severità.

Cos'è la termografia attiva?

È la termografia in cui l'operatore introduce deliberatamente una sollecitazione termica nel materiale — un impulso di calore, un riscaldamento a gradino, un'onda termica periodica, una vibrazione meccanica — e osserva con la termocamera come la superficie risponde nel tempo. Serve quando la scena non ha di per sé un gradiente termico utile. Le tecniche principali sono la termografia pulsata, la lock-in, il riscaldamento a gradini e la vibrotermografia. La termografia passiva, invece, si limita a osservare la scena così com'è.

A cosa serve la termografia?

Serve a individuare, senza contatto e senza demolizioni, le anomalie che si manifestano come differenze di temperatura superficiale: dispersioni e ponti termici nell'involucro edilizio, infiltrazioni, distacchi di intonaco, connessioni elettriche in sovratemperatura, cuscinetti e organi meccanici in avaria, celle fotovoltaiche difettose, punti caldi negli armadi di un data center. È uno strumento di diagnosi e di manutenzione predittiva: consente di intervenire prima del guasto e di ripetere la misura nel tempo senza alterare ciò che si sta osservando.

La termografia vede attraverso i muri?

No. La termografia legge esclusivamente la radiazione emessa dalla superficie esterna del corpo inquadrato. Non attraversa i materiali e non è una radiografia. Ciò che sta sotto la superficie diventa visibile solo se e quando altera la distribuzione di temperatura superficiale, per conduzione o convezione: la firma che ne risulta è attenuata, allargata e ritardata rispetto all'evento reale. Serve a localizzare una zona, non a misurare che cosa c'è dietro né a quale profondità.

La termografia misura l'isolamento termico?

No. La termografia misura temperature superficiali, non trasmittanza. Non restituisce un valore di U in W/m²K e non sostituisce la misura in opera con termoflussimetro (ISO 9869-1). È però il metodo più efficace per individuare dove l'isolamento è discontinuo, mancante o mal posato, e per guidare le misure strumentali nei punti giusti: le due tecniche sono complementari, non alternative.

Chi può eseguire un'indagine termografica?

Tecnicamente chiunque disponga di una termocamera. Perché il rilievo abbia valore documentale, però, serve un operatore termografico certificato di 2° livello secondo la UNI EN ISO 9712 (per il settore delle prove non distruttive) o la UNI ISO 18436-7 (per il monitoraggio delle condizioni delle macchine). La certificazione è rilasciata da un organismo terzo, riguarda la persona e non l'azienda, ha una scadenza e attesta che l'operatore sa impostare i parametri di misura, riconoscere gli artefatti e interpretare i termogrammi.

Cosa serve perché una termografia dia risultati utili?

Serve un gradiente termico. Se l'anomalia non altera la distribuzione di temperatura superficiale, la termocamera restituisce un'immagine uniforme e priva di informazione. In termografia elettrica questo significa impianto in esercizio e sotto carico; nell'involucro edilizio significa una differenza di temperatura fra interno ed esterno sufficiente e stabile, e assenza di irraggiamento solare recente sulle superfici; nella ricerca di distacchi significa una sollecitazione termica naturale o indotta. Senza gradiente non esiste diagnosi termografica.

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